LA PIOGGIA

Il dono che scende

Qualcosa sta prendendo forma. Un luogo che non si limita a essere osservato, ma attraversato, vissuto, riconosciuto. Questa mattina la pioggia cadeva fitta e continua, come se il tempo avesse scelto un solo gesto da compiere. Ho cercato riparo sotto le fronde di un salice piangente, nel Giardino della Rosa Nera, e lì mi sono fermato. Le foglie sottili trattenevano le gocce per un istante appena percettibile, poi le lasciavano scivolare verso terra, una dopo l’altra, secondo un ritmo che non aveva fretta di concludersi. Restare sotto quel velo d’acqua ha trasformato lo spazio e il respiro. Il suono si è fatto cadenza, la cadenza si è fatta presenza. La pioggia appartiene a quei fenomeni che non chiedono di essere interpretati, ma attraversati. Il salice lo mostra con semplicità: si piega, accoglie, lascia passare, e proprio in questo gesto conserva la sua forma. In quell’istante l’esperienza ha assunto un volto più antico. La pioggia ha smesso di essere solo un evento atmosferico e si è rivelata come atto.

Nella tradizione greca questo atto porta un nome preciso: Zeus Ombrios, Giove Pluvio. Non il dio che colpisce dall’alto, ma la presenza che discende, che si fa pioggia per raggiungere, per entrare, per fecondare. Il mito di Danae ne custodisce l’immagine più limpida.

Danae viveva separata dal mondo, custodita in una torre che era al tempo stesso protezione e limite. Ogni accesso le era precluso, ogni incontro reso impossibile.

Eppure Zeus trovò la via. Scelse la forma più sottile, quella che attraversa senza opporsi. Si fece pioggia d’oro. La sua discesa non infranse nulla, non forzò alcuna soglia visibile, e proprio per questo raggiunse il suo compimento. Da quell’incontro nacque Perseus, segno di una trasformazione avvenuta in silenzio, lontano da ogni gesto eclatante. Questa immagine non appartiene soltanto al mito. Indica una legge che può essere osservata e sperimentata. Esistono passaggi che avvengono per penetrazione lenta, continua, quasi impercettibile. Processi che maturano senza rumore, proprio come la pioggia che nutre la terra prima ancora che qualcosa emerga. Sotto il salice, questa evidenza si fa esperienza diretta.

Rimanendo in ascolto, anche per pochi minuti, accade uno spostamento sottile: il suono della pioggia, inizialmente percepito come qualcosa di esterno, comincia a organizzarsi in un ritmo che si accorda con il respiro. Ciò che cade non viene più soltanto osservato, ma condiviso, come se lo spazio interno ed esterno trovassero una stessa cadenza. Se poi si espone lentamente la mano alla pioggia, il contatto rivela un’altra qualità: ogni goccia tocca e prosegue, senza trattenersi. In questo gesto semplice si manifesta una legge precisa. Alcune esperienze non chiedono di essere trattenute né respinte, ma lasciate transitare, affinché possano compiere il loro passaggio. Allo stesso modo esiste, in ognuno, una parte più raccolta, custodita, simile alla torre di Danae. La pioggia insegna che l’accesso a quello spazio avviene per continuità, per presenza che ritorna e penetra con delicatezza, fino a trasformare ciò che sembrava immobile. Ogni pioggia compie un lavoro invisibile. Nutre ciò che ancora non appare, scioglie ciò che si è irrigidito, prepara ciò che è destinato a emergere. Nel Giardino della Rosa Nera questo processo si rende evidente a chi sa fermarsi: dopo la pioggia, nulla resta identico, anche quando il cambiamento non è immediatamente visibile. Qualcosa sta maturando anche qui. Uno spazio in cui questi passaggi diventeranno esperienza diretta, attraversabile, concreta.

La pioggia offre sempre un invito. Accoglierlo significa entrare in relazione con ciò che si muove sotto la superficie.

Jacob Osirion – Gerofante della Rosanera

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