Il crepuscolo degli dèi

Esco mentre la luce si piega lentamente, come se il giorno, giunto al suo apice, iniziasse a ritirarsi con un gesto misurato, lasciando sulle cose una traccia più sottile, più difficile da trattenere. L’aria cambia consistenza, si fa più densa, e ogni forma sembra perdere qualcosa della propria rigidità, come se il mondo, per un istante, smettesse di affermarsi con forza.

Davanti a me gli alberi si aprono in una trama di rami, e in quella trama iniziano a posarsi gli animali.

Arrivano uno dopo l’altro, senza esitazione, ciascuno trovando il proprio punto con una precisione che non sembra casuale. In breve tempo, ciò che appariva vuoto si riempie di presenze immobili, e quell’immobilità non ha nulla di inerte: è una forma di attenzione.

Li osservo mentre prendono posto, e qualcosa nello sguardo cambia. La luce filtra tra i rami, ma non illumina più come prima; si distende invece come un velo sottile, e attraverso quel velo le cose non si mostrano soltanto per ciò che sono, ma per ciò che contengono.

In quel momento, senza una frattura evidente, il paesaggio si apre.

L’albero resta davanti a me, eppure si dilata, come se le sue radici affondassero in un tempo più antico. I rami si fanno più vasti, più profondi, e le presenze che li abitano assumono una qualità diversa, come se custodissero qualcosa.

Faccio un passo, e quel passo non mi porta più avanti nello spazio, ma dentro.

Mi trovo in una terra che riconosco senza averla mai attraversata. Il cielo è immerso in una luce crepuscolare continua, una luce che non appartiene al giorno né alla notte e che sembra avvolgere ogni cosa in una tensione silenziosa. In quella luce il mondo appare sul punto di mutare, come se ogni elemento fosse già coinvolto in un evento che non può essere arrestato.

È il tempo del Ragnarök.

Nelle tradizioni del Nord, il Ragnarök rappresenta il momento in cui l’ordine del mondo, così come era stato stabilito dagli dèi, giunge al suo compimento e alla sua trasformazione. Non si tratta di una semplice distruzione, ma di una sequenza precisa di eventi in cui le forze che sostengono il cosmo si sciolgono e si confrontano apertamente.

Il sole perde la sua stabilità e viene inghiottito, la luna segue la stessa sorte, e il cielo si apre come attraversato da una frattura. Le stelle si disperdono, e la terra stessa comincia a tremare. Le acque si sollevano, i confini si dissolvono, e ciò che era contenuto emerge senza più argini.

Le grandi forze primordiali, che fino a quel momento erano state trattenute o tenute ai margini, entrano in scena. I lupi Sköll e Hati inseguono e raggiungono il sole e la luna, Fenrir si libera e avanza, il serpente Jörmungandr si solleva dagli abissi e riversa il suo veleno nell’aria e nelle acque. Il mondo degli uomini e quello degli dèi cessano di essere separati, e ogni livello dell’esistenza viene coinvolto nello stesso movimento.

Odino si muove al centro di questo scenario, consapevole del destino che lo attende. Non cerca di evitarlo, perché il Ragnarök non è un evento che può essere fermato; è un passaggio inscritto nella struttura stessa del cosmo. Gli dèi affrontano le forze che emergono, e in questo confronto ciascuno compie fino in fondo la propria funzione.

Thor incontra il serpente e lo abbatte, ma il veleno lo raggiunge e lo consuma poco dopo. Odino affronta Fenrir e viene inghiottito, mentre altri dèi cadono nello scontro con le potenze che si sono liberate. Il fuoco si espande, guidato da Surt, e attraversa il mondo, portando ogni cosa a un punto estremo.In questo scenario, il crepuscolo non è semplicemente una fine, ma un momento in cui ogni forma viene portata alla sua verità. Le strutture che davano stabilità al mondo si rendono trasparenti, e attraverso quella trasparenza si manifesta ciò che le sosteneva.

Il Ragnarök, allora, descrive un tempo in cui l’ordine visibile si consuma e lascia emergere una dimensione

più profonda, una dimensione che non si mostra nella stabilità, ma nel passaggio.

Cammino dentro questa visione come se stessi attraversando una storia che si compie davanti ai miei occhi, e allo stesso tempo sento che quella storia non appartiene soltanto al mito. Ogni elemento, ogni figura, sembra parlare di qualcosa che può accadere anche altrove, ogni volta che una forma si esaurisce e qualcosa di nuovo prende spazio.

Il crepuscolo diventa così il punto in cui questo processo si rende percepibile.

È il momento in cui la luce si ritrae quanto basta perché le cose non si impongano più con evidenza, e in quello spazio più tenue ciò che era nascosto inizia a filtrare. Il velo che si stende non nasconde, ma regola lo sguardo, permettendo di cogliere la profondità senza essere travolti.

Gli dèi, nel loro tramonto, mostrano che ogni struttura, anche la più alta, possiede un tempo in cui deve compiersi e trasformarsi. Il loro passaggio apre uno spazio in cui il mondo può essere visto in modo diverso, non più sostenuto da forme rigide, ma attraversato da una continuità più ampia.

La visione si richiude lentamente.

L’albero ritorna davanti a me, i rami si raccolgono nella loro forma, e gli animali restano posati, immobili, come se custodissero ancora qualcosa di ciò che ho attraversato. Il cielo continua a trattenere quella luce incerta, e in quella luce ogni cosa sembra portare una traccia di ciò che si è mostrato.

Resto fermo.

Il crepuscolo si distende ancora, e in quel tempo sospeso il mondo lascia trasparire, per un istante, la sua struttura più profonda.

Jacob Osirion – Gerofante della Rosanera

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