Una forma appare nel cielo, si raccoglie per un istante e poi si dissolve. Tra le nubi ho visto un drago.
Per qualche secondo, quella figura ha avuto presenza. Una linea viva, in movimento, capace di emergere e sparire nello stesso respiro.
Un’immagine di questo tipo appartiene a un linguaggio antico, lo stesso che attraversa fiabe, miti e racconti tramandati nel tempo. Molte di queste storie iniziano allo stesso modo. Un viandante si avvicina a un luogo custodito: una grotta, una montagna, un passaggio nascosto. All’interno si trova un tesoro. All’ingresso, quasi sempre, si trova un drago. Nei racconti europei, nelle tradizioni medievali, nelle narrazioni popolari, il drago custodisce oro, pietre, oggetti preziosi. In alcune versioni protegge una figura regale, in altre un sapere. In ogni caso, indica che ciò che ha valore richiede un attraversamento. Il tesoro non è mai immediato, e proprio per questo assume valore. Questa immagine ritorna con una tale costanza da rivelare una struttura precisa. Il drago segna un punto di passaggio, un momento in cui qualcosa viene trattenuto perché non è ancora pronto a essere semplicemente preso. Richiede presenza, direzione, trasformazione.
Nel pensiero di Athanasius Kircher, questa figura si inserisce in una visione molto più ampia della natura.
Kircher descrive il mondo come attraversato da forze nascoste, correnti invisibili che si muovono sotto la superficie della realtà visibile. Il drago diventa un’immagine di queste energie profonde: qualcosa che agisce, che si accumula, che può emergere in modo improvviso. Nelle sue opere, il drago rappresenta ciò che scorre nella terra, nelle viscere del mondo, nelle trasformazioni della materia. Una forza che non si mostra direttamente, ma che lascia tracce e movimenti. Questa stessa logica si ritrova nella figura dell’Ouroboros, il serpente-drago che si avvolge su sé stesso. L’immagine contiene un principio preciso: ciò che si consuma si rinnova, ciò che si chiude genera una nuova apertura. Il movimento ritorna, si trasforma, si rielabora.
L’Ouroboros rappresenta anche un modo di leggere l’esperienza. Ogni situazione che ritorna porta con sé la possibilità di essere vista in modo diverso. In questo senso, il drago non è soltanto ciò che blocca, ma ciò che permette di comprendere. Accanto a queste immagini si incontra anche un’espressione significativa: indossare la pelle del drago. Una formula che suggerisce un passaggio preciso. Entrare in relazione con una forza intensa, attraversarla e integrarla nel proprio modo di agire. Queste narrazioni trovano un riflesso diretto nella vita quotidiana. Ogni persona incontra situazioni in cui qualcosa resta fermo: una scelta sospesa, un progetto rimandato, un comportamento che ritorna identico. In quei punti si manifesta il drago. Una concentrazione di energia, un punto di attrito, un luogo in cui qualcosa trattiene e allo stesso tempo spinge. Il drago indica dove si trova il passaggio. Entrare in relazione con questa forza significa iniziare a lavorare su ciò che è concreto. Un primo passaggio consiste nel riconoscere dove si accumula tensione. Una situazione evitata, una decisione lasciata in sospeso, un’abitudine che si ripete. In quel punto si raccoglie energia. Portare attenzione a quel nodo modifica già la percezione. Un secondo passaggio riguarda l’azione. Scegliere un gesto minimo ma diverso rispetto al solito introduce uno scarto. Anche un cambiamento piccolo ha un effetto reale. Da lì inizia un movimento. Il drago cambia posizione. Da ostacolo diventa direzione. Da blocco diventa forza.
L’immagine apparsa tra le nubi resta un frammento personale. Il suo valore emerge quando quella stessa dinamica viene riconosciuta nella vita. Lì dove qualcosa insiste e ritorna si trova anche ciò che custodisce valore. E proprio in quel punto inizia il passaggio.
Jacob Osirion – Gerofante della Rosanera
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